Grotte agropastorali

Grotte agropastorali

I DEPOSITI PREISTORICI DELLE GROTTE AGROPASTORALI

I depositi superficiali di numerose grotte del Carso triestino hanno spesso un aspetto particolare che li rende completamente differenti da quelli più antichi. Sono infatti costituiti da un fitto alternarsi di sottili strati bianchi e neri, talora anche bruni, formati in buona parte da letame di capre e pecore bruciato.
La presenza di questo tipo di depositi dimostra che le grotte furono adoperate come stalle per greggi di erbivori.
Ciascuna coppia di strati nero/bianco rappresenta un evento di bruciatura della lettiera e del letame che si accumulavano sul pavimento della grotta. Ciò indica inoltre che la combustione avveniva periodicamente, probabilmente dopo l’abbandono della grotta alla fine della stagione di uso. Lo scopo di questa pratica era probabilmente duplice: da un lato una forma primordiale di disinfezione della stalla, dall’altro una riduzione del volume delle deiezioni (fino all’80-90%) che altrimenti avrebbero finito col riempire in breve tempo la grotta.
Queste sono informazioni di notevole valore archeologico sull’uso del sito e sulla cultura di chi lo abitò, e suppliscono alla generale rarità dei resti di cultura materiale quali ceramiche, ossi od altro. La scarsezza di reperti indica però due altri importanti aspetti della cultura dei pastori nomadi:

- utilizzavano probabilmente oggetti in materiale leggero e facilmente trasportabile come pelle e legno e perciò deperibile.
- vivevano fuori dalla grotta, probabilmente in campi temporanei di tende o capanne le cui tracce non si sono conservate.

Si dimostra così che a partire dal Neolitico, circa 6.500 anni fa, e quasi fino alla romanizzazione le grotte furono utilizzate da popolazioni dedite alla pastorizia transumante.

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