Riassunto Esplorazioni 2008-2011

Dopo le grandi esplorazioni degli anni precedenti, l’interesse del gruppo si sposta verso altre grotte e scavi nella zona. Con Edo si parla della possibilità che qualcosa sia sfuggito, nelle zone del fondo, e che magari ci sia la possibilità di by-passare i sabbioni, con qualche arrampicata, cercando vie più alte o scavando dove l’acqua ci si infila: decidiamo di tornare per controllare meglio.

Ad agosto 2008 facciamo una visita per valutare il da farsi, per me è il primo incontro con la grotta che nei prossimi anni diventa un’ossessione, portandoci quasi ogni week-end a scavi e risalite tra i suoi pozzi e meandri. Andiamo al fondo, e li notiamo subito una piccola finestra 5 metri sopra le sabbie, che aspira una discreta quantità d’aria, e dal rumore dell’acqua che si sente fa presagire ambienti più larghi. Usciamo euforici per la scoperta, si tornerà appena organizzata la squadra scavo, visto che la finestra neccessita un allargamento per poter essere percorsa.

Il mese dopo, portiamo a termine in qualche uscita il lavoro di allargamento, ma il pertugio e ancora molto stretto e in un secondo momento della storia di questi anni verrà di nuovo toccato per essere reso umano. Oltre ci aspetta un camino che si aspira tutta l’aria, e un pozzo bagnato di una ventina di metri che scendiamo, trovandoci in una sala, ingombra anch’essa di sabbie, dove l’acqua va a perdersi tra le ghiaie. Un piccolo cunicolo laterale che sembra un troppo pieno ci fa sperare, ma tra passaggi stretti, pozze d’acqua e fango, dopo qualche metro sembra sifonare e l’assenza di una qualche corrente d’aria ci dà il colpo di grazia, usciamo affliti su per il pozzo e fuori dal pertugio, ma quando stiamo per partire dal fondo, per riguadagnare lentamente l’esterno, una zona sulla parete del salone attira la nostra attenzione: sembra possa esserci qualcosa dietro una quinta di roccia, se non fosse per la quantità di fango che ricopre completamente le pareti sarebbe una facile risalita. Piantando 2 fix con la punta da 40cm (quella d’armo non l’avevamo portata), supero il piccolo dislivello e sistemo gli armi per far salire gli altri; è un arrivo fossile, un grande meandro, largo anche più di un metro, lo percorriamo in poco tempo, per fermarci sotto ad un salto che avrà meno di cinque metri. Sopra, il meandro prosegue sempre comodo, ma il solito fanghetto non permette di superarlo in libera e la batteria del trapano ci ha già abbandonato sistemando l’armo, torneremo certamente la prossima settimana. Di corsa fuori, a festeggiare al panorama con un paio di bottiglie di ramandolo.

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Nelle 4 uscite seguenti risaliamo una sequenza di pozzi, intervallati da brevi tratti di meandro, per un totale di 130 metri di verticali. Arriviamo finalmente sotto ad una finestra a metà di un pozzo-canyon, la prendiamo e dopo un breve tratto di meandro fossile ci ritroviamo in una galleria inclinata che sfocia in una sala dove confluiscono 4 arrivi attivi. Dall’altra parte della sala un meandro racoglie acqua ed aria e le porta con se, proviamo subito a seguirlo ma si rivela molto stretto e bagnato, bisogna allargare se si vuol vedere dove l’acqua vada a finire. Intanto si tenta l’asplorazione degli arrivi che lo permettono: il meandro del fai da te, che in assenza di mazza e punta si esplora allargandolo a sassate (e che poi si ricongiungerà in una successiva esplorazione ai nuovi rami alti); e dall’altra parte il meandro più attivo, che è percorribile nella sua parte alta. In quest’ultimo, incastrato nel punto limite dell’esplorazione, prima che diventi impercorribile, ci aspetta una sorpresa curiosa. Omar raccoglie e porta nella sala un telo occhiellato di dimensione 4×4. E qua,vengono fuori le ipotesi più assurde; pensiamo ora di essere vicini alla superficie o al collegamento con qualche grotta nella zona, dove il telo avrebbe servito per proteggersi da un eventuale stillicidio durante uno scavo, anche la presenza di qualche cavaletta ci convince di queste ipotesi. Le altre vie richiedono una risalita e verrano viste la prossima volta. La sala viene battezzata “Sala del telo” in onore del ritrovamento. Torniamo fuori, ormai per uscire da questa zona con i sacchi carichi degli accumulatori al piombo da 36 volt (non avevamo ancora il litio), ci vogliono mediamente 4 ore (con le dovute pause “cicchin”). Una volta in sede Papo risolve il mistero del telo, dopo aver sentito il resoconto della giornata ci informa che ne avevano lasciato uno appeso sotto al pozzo da 20, del ramo che si diparte dalla sala della scaletta, nel primo tratto della grotta, dove avevano iniziato a scavare lui, Sganga e Gianni. Decidiamo di riprendere lo scavo per collegare così le due parti di grotta e rendere accessibili le zone esplorative ora raggiungibili in 4 ore (che obbligano ad una discesa di quasi 200 metri per poi risalirne 130), con mezz’ora di progressione e soli 70 metri di dislivello.

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La volta dopo ci dividiamo in due squadre numerose, una squadra capitanata da Mauro, Edo ed Omar, ripercorrerà tutta la strada fatta in esplorazione la volta scorsa, per poi dedicarsi alla risalita nella sala del telo. L’altra, di cui faccio parte assieme a Bizio, Clarissa e Marino, scenderà dalla sala della scaletta verso il ramo dello scavo, per proseguire l’allargamento del meandro lasciato in sospeso qualche anno prima, siamo fiduciosi che in poche volte riusciremo a eseguire il collegamento. Arrivati sul posto ci aspetta una fessura più che un meandro, ma 7-8 metri più avanti c’è una curva e sembra che da lì cominci ad allargare, partiamo con il lavoro, alla fine alzeremo il pavimento del pozzo di ben 2 metri a forza di accatastare pietre, e i fix che tenevano il famoso telo sopra la testa ora sono ad altezza caviglia. L’altra squadra intanto è arrivata sul posto e mentre Mauro comincia a piantare fix per salire, Omar ed Edo, (visto la vicinanza dei rumori di noi che scaviamo al limite opposto del meandro) incuriositi dalla possibilità di poter uscire attraverso il nuovo passaggio, si infilano ai limiti della percorribilità, curva dopo curva. Omar avanza per primo con mazza e punta a mano per modellare il meandro a sua immagine, Edo segue, fino ad arivare ad un passaggio dove è costretto a rinunciare. Omar è già oltre, sta forzando parecchio, più avanza e più le pareti si stringono accarezzandogli la tuta e lasciandogli come ricordo uno strato di fango bagnato, finalmente arriva in zona scavo, proprio dietro quella curva che noi dall’altra parte vogliamo raggiungere. Urla per fermarci e informarci della situazione, ci avvisa che probabilmente il lavoro che ci aspetta sarà molto lungo ed impegnativo, qualche zona più larga c’è ma prevalentemente si dovrà scavare, per fortuna che in meandro le pietre di risulta le puoi scaricare sul fondo. Ci saluta e ritorna sui suoi passi, noi continuiamo a lavorare al di qua. Dopo qualche minuto lo sentiamo di nuovo, ci avvisa che non riesce a tornare indietro, a provato a infilarsi in basso, in alto, di piedi e di testa, niente da fare, indietro non si torna. Lo tranquilliziamo come possiamo e lo convinciamo a ritentare nuovamente, intanto noi ci adoperiamo per massimizzare i mezzi (in special modo le batterie del trapano), per allargare quel tanto che basta per poterlo tirare fuori dalla parte nostra. Omar intanto ha già riprovato più volte, ma non trova più il passaggio o la posizione giusti. Resta incastrato tra due curve del meandro, per scaldarsi salirà e scenderà quei due metri di spazio disponibile centinaia di volte, la carburo, il cibo e anche il telo termico sono tutti rimasti dall’altra parte, ed è tutto bagnato dal contatto con le pareti. In gran silenzio noi, visto che le batterie del trapano stanno per cedere, ci consultiamo preoccupati e decidiamo che se nella prossima ora non riusciremo a risolvere qualch’uno di noi uscirà a chiamare il soccorso. Continuiamo a dare segnali di fiducia ad Omar, che sempre di più (oramai sarà li da qualche ora), trema dal freddo e comincia a inquietarsi. “No preocuparte che ‘ncora na panza de tirar via e se pasa comodi”, “meza ora e te son fora”, neanche noi non crediamo più a quello che gli urliamo. Mi infilo al limite fino a dove posso passare, disteso nel meandro mi faccio passare il trapano, con una tecnica circense, da Bizio, e buco più avanti che posso su quella pancia di meandro che tirata via forse permetterebbe il passaggio (solo per Omar ovviamente, per noi bisognerebbe cominciare metri prima ad allargare). Risultato: mezz’ora per finire il buco visto la comodità, crampi dappertutto, e alla grande 2 sassolini staccati dal muro; convinciamo Omar del nostro grande lavoro (??????), si infila, ci crede, di piedi perchè di testa non riesce ad affrontare la curva, non vede dove va e dietro la curva dovrà mettersi in verticale e salire due metri per trovare lo spazio percorribile (se percorribile si può chiamare). Vado dentro di testa fin dove posso per incoraggiarlo e magari dargli le direttive sulla direzione, il piede più su, sali, abbassati un pò, adesso è a portata, lo afferrò per le caviglie per aiutarlo e assieme ci stappiamo dal meandro. Direttamente sotto al telo termico, con la carburo dentro, e anche qualcosa da mangiare. Il problema è che l’attrezzatura è rimasta dall’altra parte, addosso ha solo imbrago e maillon. Cerchiamo già il modo di passarci le attrezzature giù per  pozzi, ma per fortuna Bizio sfodera dal sacco un’attrezzatura completa di ricambio (“el ga sempre tuto ciò”). Cominciano la risalita mentre io mi dedico nuovamente allo scavo, il trapano non fa neanche un buco che si ferma, se Omar non fosse passato in quella occasione non ci sarebbe rimasto altro da fare che uscire a chiamare il soccorso, e per lui significava qualche altra ora di attesa bloccato lì in mezzo, ci è andata bene! Recuperiamo tutto e torniamo verso la superficie. Usciti, ci cambiamo, ma degli altri ancora niente, non arrivano, probabilmente aspettano Omar in sala visto che là è rimasto tutto, compresa l’attrezzatura, e senza quella non avrebbe potuto uscire. Per fortuna in auto ho un secondo sottotuta e tuta asciutti, mi rivesto, e mentre gli altri mi aspettano fuori, riguadagno l’entrata della grotta. Volo nei meandri, sulle corde, non sono mai stato cosi veloce, sopra il P35 sento le voci sul fondo, stanno salendo, hanno aspettato fino a che non si è fatto troppo tardi, e hanno deciso di prendere tutto fuorche l’attrezzatura lasciandola all’imbocco del meandro, e cominciare ad uscire. Mi raccontano in anteprima l’esplorazione, dopo aver salito il meandro, hanno percorso qualche centinaio di metri di galleria inclinata, fino ad una frana, che blocca la prosecuzione e si succhia tutta l’aria. Io racconto loro l’avventura passata dall’altra parte, poi fuori in velocità per non far preoccupare gli altri. Da questa volta Omar prende particolarmente a cuore lo scavo del meandro (“devo farghela pagar!!!!”), che da oggi si chiamerà “I castighi di Omar”, e insieme in meno di una decina di uscite congiungiamo i due rami, da ora si può scendere al fondo e poi uscire per un’altra via, quasi una .traversata.

Vengono esplorate nei mesi successivi, un pò alla volta, tutte le diramazioni secondarie, risaliti i camini, trovata una prosecuzione delle gallerie dalla parte opposta, percorrendone ancora qualche centinaio di metri, per sbucare poi in due grandi saloni di crollo che risulteranno dal rilievo, steso successivamente, molto vicini alla sperficie. Un possibile secondo ingresso.

Le esplorazioni si prendono una pausa di parecchi mesi. Presi un pò da altre zone, un pò da impegni familiari. Quando torniamo, cominciamo a riguardare le parti vecchie, speranzosi di trovare qualcosa sfuggito ai primi esploratori. Si concludono risalite, si scava sul fondo tra le sabbie, si allarga ancora il passaggio sopra quest’ultime, che ci aveva portato per la prima volta in questa splendida cavità, e si valuta un possibile scavo nel cunicolo sifonante. Il camino che aspirava tutta l’aria lo risaliamo, ma purtroppo dopo una trentina di metri chiude su una fessura impraticabile da cui fuoriesce l’acqua (“e solo quella pol passar”). Viene costruito e poi distrutto da una piena un campo sulle sabbie del fondo per ospitarci durante i turni di riposo dallo scavo.

Nelle ultime giornate del 2011, ci siamo dedicati a un meandro trovato nelle parti vecchie, scendendo il pozzo sottostante la risalita Giannetti. Spostando un pò di pietre siamo scesi in un meandro che portava via tutta l’aria, ed adesso, che fuori la temperatura è calata, soffia da paura, buonissimo segno, grandi speranze. Bisogna come al solito allargare qualche passaggio troppo stretto che impedisce l’avanzata, ma la voglia di tornare è tanta. Con noi ora c’è anche Alex, nuovo acquisto San Giusto, unico superstite del corso passato. Interessante il punto in cui si trova questa zona, sul rilievo la più lontana da altre già esplorate, e forse dalla possibilià di ricadere in zone conosciute. Speriamo di cominciare una nuova stagione di intense esplorazioni in questa cavità, che tanto ci ha dato, e tanto può ancora dare; fino all’ipotetica risorgiva (Grotta di Vedronza) mancano ancora 100 metri abbondanti di dislivello e più di 1 chilometro in linea d’aria.

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