Verso il nuovo fondo

Questa volta siamo in tre a scendere, gli ultimi week-end di bel tempo scoraggiano gli altri ad inabissarsi nelle profondità del Partigiano.

Visto l’esiguo numero, ma le buone condizioni meteo, decidiamo di scendere il pozzo lasciato in sospeso nei rami delle condottine, rilevando il più possibile partendo dall’innesto tra il meandro collettore e le gallerie del fondo.

Essendo a conoscenza della manovra organizzata dal CNSAS ai viganti, il giorno precedente, passiamo di là nella speranza di raccattare qualche ignaro volontario, che ci possa dare una mano durante le esplorazioni. Purtroppo per noi (e per fortuna di chi si sarebbe offerto), la manovra continua anche in questa giornata. Un caffè alla Pagoda e via verso la grotta. Decidiamo di cambiarci all’ingresso, per evitare l’avvicinamento con i sottotuta (sudata assicurata), 10 minuti dall’auto, ma con questo caldo, anche in tenuta estiva arriviamo all’ingresso fradici.

Scendiamo veloci, e in meno di un’ora e mezzo siamo sulle gallerie. Da qui ci dividiamo, Omar e Flavia cominceranno il rilievo, che richiede più tempo, io intanto mi dirigo verso la sala dell’autogrill per raccattare sacco, corda e attacchi. Tornato al punto dove ci eravamo lasciati, sosto un attimo in galleria, e appena pronto parto ala volta delle condottine. Il programma è di superarli, e scendere il pozzo. Quando li raggiungo, sono proprio sul bivio subito dopo la strettoia denominata il “cavatappi”, che deve il suo nome grazie ai movimenti che sono necessari per superarla, soprattutto per chi è più alto. Breve briefing e cambio di programma: decidiamo di scendere insieme verso il sifone pensile(?) trovato la scorsa volta, e di innescarlo con il tubo nella speranza di riuscire a svuotarlo. Dopo un pò di peripezie con il tubo, riusciamo a far partire il flusso, e come si innesca il sifone si ferma la cascata laterale, confermando così che si tratta della vecchia via di questo arrivo d’acqua. Le dimensioni del tubo sono comunque insufficienti, bisognerebbe tornare con uno più grosso o altri 2 di pari dimensioni. Siccome trattasi di un arrivo, decidiamo che zone più comode e interessanti ci aspettano da esplorare, lasciamo così questo cantiere per un futuro, quando voleremo farse del mal.

Torniamo al bivio e scendiamo insieme il pozzo, io armo e loro dietro a rilevare, ma manco fino al pozzo e finisce la batteria del DISTOX. Tutti in esplorazione allora. Scendiamo per 10 metri, da qui una condottina arriva, e un bel meandro comodo (finalmente) scende verso il basso. Ovviamente prima di tutto si scende. Proseguiamo lungo il meandro, che man mano che si procede comincia a diventare sempre più una condotta freatica. I segni su soffitto e pareti lasciano immaginare (tra l’altro già nella parte esplorata la volta scorsa), gli effetti delle piene in questi rami, che così nominiamo “Biglietto di sola andata”, in onore anche di un nostro amico, di altro gruppo, che aveva partecipato all’inizio delle esplorazioni di questo ramo, partito per Londra con sola andata (ma el tornerà, no se scampa al partigiano).

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Proseguiamo per diverse centinaia di metri, in zone sempre più bagnate. Ad un certo punto, un rumore lontano attrae la nostra attenzione: acqua, tanta acqua che scorre, sembra addirittura una cascata. Mentre si cominciano ad immaginare gallerie che corrono all’interno del Bernadia, per poi finire contro un lago con l’altro capo della sagola di Vedronza, da parte di qualcuno sale la disperazione che la grotta continui alla grande, obbligandoci a passare e ripassare decine di volte attraverso gli inizi scomodi di questo ramo.

Dal momento che sentiamo il rumore d’acqua in sottofondo, si comincia a percorrere la condotta in stile centometristi. Arriviamo ad una ulteriore condotta che innesta a 90° quella da noi percorsa, e seguendo l’interstrato, scende per una ventina di metri fino ad un sifone. L’acqua sgorga da una condotta impercorribile. Probabilmente in epoche precedenti, l’acqua passava nella zona da noi percorsa (non che adesso non ci passi, solo che in regime di magra lo scorrimento qua non avviene), e successivamente deve aver trovato una via più diretta, che ancora non ha reso a misura d’uomo.

Dopo svariati tentativi di convincere Omar a fare come i russi in Krubera, e di immergersi nel sifone in apnea per vedere se son giusto 5 metri, decidiamo di risalire. Arrivati sotto il pozzo, Omar e Flavia continuano ad esplorare anche la condottina di arrivo lasciata in sospeso, dopo averne valutate le dimensioni decido di restare a far da guardia ai sacchi, e fumarme un cicchin.

Dopo qualche decina di minuti sono di ritorno. La condotta continua ancora, ma le dimensioni sono costantemente al limite, e vista la totale assenza di circolazione d’aria, anche questa resterà come lavoro futuro per speleo a perdere.

Dopo una serie interminabile di imprecazioni, ci ritroviamo in galleria dove facciamo una pausa e prepariamo i sacchi per l’uscita. In meno di due ore siamo fuori, giusto in tempo per cambiarci con l’ultima penombra. Mia la soddisfazione di non tornare mai più in quelle zone, meglio ambienti più larghi. Per Omar e Flavia resta ancora una uscita per completare il rilievo lasciato in sospeso.

Si torna verso Trieste, e per strada pizzone al “Moby Dick”, condito con birra a profusione.

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