Abisso Dobra Picka

Nel primo week-end di marzo si verificano le condizioni ideali per scendere in Dobra, a verificare quel sifone trovato aperto, lo scorso anno, dal team GTS. Stanno cercando qualcuno disponibile a dargli una mano, come si può perdere quest’occasione, mi unisco a loro.

Partiamo da Trieste, il sabato mattina presto, Sandrin GTS ed io. L’obbiettivo è di arrivare a Sella alle 8e30 dove ci incontreremo con Claudio, del Gruppo Grotte Treviso, e prendere la prima funivia. Per strada raccogliamo Mauro (GSSG), e altri due amici di Sandro, che ci daranno una mano per portare il materiale all’ingresso e a battere pista, una settimana fa è caduto più di un metro di neve.

Passaggio al Gilberti per festeggiare Mauro che oggi è un altro anno più giovane, grappetta e partenza, vogliamo passare sella Bila Pec prima possibile, nelle ore più calde è previsto un aumento del rischio valanghe. La neve è buona, e saliamo veloci, il paesaggio una volta arrivati alla ex-caserma, e da togliere il fiato. Scegliamo la via più adeguata alle condizioni della neve, e procediamo spediti fino all’ingresso, peccato non aver portato il GPS con noi, alcuni buchi sciolti nella neve, occhieggiano misteriosi, chissà se qualcuno ha già percorso questi ambienti, da cui si sprigiona la corrente d’aria che permette all’ingresso di restare libero dalla neve.

Ci cambiamo mentre i tre speleo-sherpa si incamminano lungo la strada del ritorno. Li salutiamo ancora una volta mentre scollinano dalla nostra visuale una mezz’ora più tardi, e, ormai pronti, sistemiamo gli zaini all’ingresso ed entriamo.

Piccola premessa: durante le giornate precedenti, in cui ci si metteva d’accordo su orari e materiali, avevo ricevuto una descrizione della grotta alquanto distorta da quello che sarebbe stata poi la realtà: “xe tuto largo, a parte do tochi fastidiosi”.

L’ingresso si presenta alquanto malagevole, con i sacchi cosi carichi, ma dopo pochi metri comincia il pozzo, che porta subito sul ghiacciaio. Da qui indossiamo i ramponi, e aiutati dalle corde, percorriamo alcuni scivoli, meandri dalle pareti di ghiaccio, e pozzi. Sull’ultima calata, il ghiaccio si sta ritirando velocemente, sarà sceso 6 metri dalle prime esplorazioni (1997), si possono vedere gli spit del vecchio traverso ormai altissimi. Via i ramponi, li lasciamo qui per il ritorno, e ci apprestiamo a scendere il P100. Due corde occupano la partenza del pozzo, per previdenza, e per fortuna, una di queste è completamente inglobata nel ghiaccio a metà del traverso, l’altra anch’essa ghiacciata, permette a malapena di inserire il discensore, soliti brividi prima di arrivare su corde pulite, e poi giù per il pozzo. Parte stretto, ma dalla metà in poi spalanca, terminando in un salone dalle dimensioni davvero notevoli. Lo percorriamo in toto, e arrivati dall’altra parte una stretta fessura, immette su un pozzo di circa 20 metri. Sceso questo, ci ritroviamo in gallerie che abbandoniamo subito per un pozzo, proseguendo lungo il loro corso, arriveremmo alla giunzione con il restante complesso del Foran del ;Muss. Qualche traverso, un pò di meandro comodo, un pozzo da 60, ancora qualche traverso, e siamo al campo. Allestito, questo, su un terrazzo di massi di crollo lungo il meandro, tra due pozzi. Lo spazio è appena sufficiente per noi tre, nella tendina di teli termici. Una bella mangiata, e subito a nanna, domani puntiamo la sveglia per le 3-4 di mattina, per poter avere tutto il tempo necessario a scendere, esplorare e rilevare. 

Faccio finta di non sentire la sveglia, ma dopo dieci secondi, gli altri sono in piedi, e visto l’esiguo spazio a disposizione nella tendina, sono praticamente obbligato ad alzarmi di conseguenza. Colazione veloce, prepariamo i sacchi e partiamo. Qualche corda in discesa, qualche traverso, comincia il meandro. E qua cominciano anche i dubbi tra me ed il Bueo: “ma no gaveva dito che iera tuto comodo!?”, “boh”, comincia una lunga serie di passaggi scomodi, culminanti con una fessura lunga e stretta: il passaggio della baccaccia, da far invidia al “Mastro di chiavi” (immaginandolo prima della cura Papo) dell’abisso Zeppelin.

Ancora meandro, piccoli salti lungo questo, finalmente un bel pozzo, un P60, che prima del fondo, con un pendolo, si innesta su di un sistema di condotte che non abbandoneremo più fino all’incrocio tra il ramo del fondo, e poi fino alle zone nostro obbiettivo per questa punta. Condotte non solo orrizontali, ma a volte veri e propri pozzi leggermenti inclinati, e segnati da un solco di meandro. Arriviamo sul bivio del fondo, l’approfondimento dove svanisce l’acqua che fin qua abbiam seguito, ormai disarmato, e procediamo seguendo la condotta che continua sparata nella sua direzione. Poco dopo, si giunge ad un ulteriore sifone, e da qui seguiamo la via da cui proviene quest’ulteriore corso d’acqua. Risaliamo per quasi 200 metri, fino ad un bivio, una condotta continua in salita, ma noi seguiremo quella in discesa. Bellissime condotte freatiche dal diametro di 2 metri, con un riempimento di ghiaia sul fondo. Le percorriamo veloci, incontriamo il campo volante, dove durante una piena nel 2001, si sono rifugiati per 8 ore. Qui lasciamo l’attrezzatura, non più necessaria, e proseguiamo fino ad un bivio. Sandrin accenna qualcosa come: “da quella parte c’è un passaggio stretto dove non siamo mai anda….”, non riesce a finire la frase che sono già oltre, gli urlo che vado a vedere. Proseguono condotte, con un susseguirsi di passaggi quasi occlusi da riempimenti sabbioso-fangosi, e zone in cui posso camminare in piedi.

Qualche passaggio in dis-arrampicata su fango mi mette qualche dubbio sul ritorno, ma sono troppo preso dall’esplorazione per potermi fermare qui, continuo correndo, strisciando, fino ad un punto in cui incontro un pozzo. Un sasso lanciato nel vuoto mi indica non più di dieci metri di verticale, mi avvicino con l’intenzione di arrampicarlo, ma il buon senso prende il sopravvento, da solo a queste profondità non è certo il caso di rischiare. Ritorno dagli altri, che nel frattempo sono già sul sifone, il quale, purtroppo, come si poteva già capire dalla poca circolazione d’aria, è chiuso. Informo loro della scoperta, Decidiamo di andare a rilevare, Sandrin ed io, portandoci dietro una corda per poter scendere quel pozzo.

Il Bueo invece, provato fisicamente dalla discesa, decide di cominciare pian piano a ritornare verso il campo. Tornati tutti assieme al campo volante, recuperiamo l’atrezzatura, ci salutiamo, e schizziamo veloci verso le condotte. Dal bivio cominciamo a rilevare, abituato al Distox, questa volta con cordella, bussola e clinometro, capisco l’agonia tanto descritta di eseguire rilievi in Canin. Dopo qualche problema con la bussola, da cui non si riuscivano a leggere i numeri per la condensa formatasi, trovata la soluzione (posizionare la bussola in infusione sotto le ascelle),proseguiamo veloci fino al pozzo. Da qui, sprovvisti di qualsiasi oggetto d’armo se non una corda, la fantasia di Sandrin partorisce un armo di partenza a sei ancoraggi (se si possono chiamare così), degno di una foto: da colonne microscopiche inanellate con i pedali, a pietre usate a mò di nut in fessure microscopiche, ad asole su pietre incastrate nella sabbia del fondo. Decido di aspettare, mentre Sandrin si cala testando con delicatezza l’armo fantasy, e arrivato di sotto, continua lungo una condotta, che però dopo quaranta metri circa, è interrotta da un approfondimento cieco, oltre il quale la condotta prosegue più larga, ma senza una corda non è possibile traversare. Ritorna sui suoi passi, non prima di aver costruito un omino di pietra e una freccia con scritto DP, chissà che qualcuno non ci arrivi prima dal basso, magari via Rotule Spezzate.

Torniamo veloci fino al campo volante, qui una pausa per una bevanda calda, e nel frattempo, ci togliamo il fango dalla tuta con il coltello. Partiamo veloci, la prima parte è tutta in discesa, troviamo sul fondo delle corde nodi savoia, che el Bueo ci ha lasciato per avvertirci del suo passaggio (in grotte così complesse perdere la strada non è difficile). Con qualche imprecazione superiamo anche le condotte in salita, molto scivolose, e arriviamo alla base del P68. Dalla sua sommità, sul pozzo successivo, sentiamo in lontananza i rumori sacco vs meandro, prodotti dal trevisan. Quando ci incontriamo decidiamo di sollevarlo dall’onere di portare il sacco, e smezziamo tra Sandro e me il contenuto. Ottenuti così due sacchi formato jumbo, affrontiamo più felici il meandro che ci aspetta, che subito per iniziare ci si presenta col passaggio della beccaccia. Infinite imprecazioni dopo, raggiungiamo il campo, ma è veramente tardi, potremo dormire solamente 4 ore, per poi uscire in tempo ed arrivare al Gilberti con le ultime luci, di riuscire a prendere l’ultima funivia in discesa però, ci speriamo ancora. Per cena spazzoliamo il più possibile le provviste, perchè si sa, quello che sta in pancia oggi, non starà domani nel sacco. Dormiamo profondamente, quando suona la sveglia mi sembra di essermi appena coricato, praticamente un coma. Bueo parte prima, e noi restiamo ancora un pò al campo per bere ancora un caffè, e sistemare dormiben, teli e suppellettili da campo in maniera ordinata e in posizione più asciutta possibile. Lasciamo anche noi il campo un’ora dopo, percorriamo veloci pozzi e meandri, da qui fin fuori però e tutto comodo, e subito sotto il P100 ci rincontriamo tutti assieme, un thè approfittando dell’unico posto dove fare acqua, e poi via su per il pozzo. Un bel brivido per la corda finita dietro una lama, e arriviamo sul ghiacciaio, montiamo i ramponi e lo percorriamo veloci. Siamo praticamente fuori, ultimo pozzo e ultimo passaggio scomodo, che ci fa bestemmiare non poco, visto che mentre eravamo dentro, si è ricoperto per bene di ghiaccio rendendo alquanto malagevole la percorrenza. Alle 3 siamo fuori. La giornata è buona e non fa nemmeno troppo freddo. Ci cambiamo velocemente, carichiamo gli zaini e partiamo, ciaspe e sci ai piedi. Arriviamo con calma, che sono quasi le sei, al Gilberti. Prima di tutto una bella birra per festeggiare, poi, per disperazione, fermiamo sulla pista tutti i gatti che battono la neve, in un patetico tentativo di “gatto-stop”. Ognuno con il suo passo, chi prima chi dopo, arriviamo al piazzale della vecchia funivia cotti per bene. Un caffè e saluti, con la promessa di tornare il prossimo anno, sperando in condizioni migliori. 

  • #1 scritto da Sandrin
    circa 6 anni fa

    …ma tornemo sto altro anno? …dopo sarà tuto largo!!

Nessun trackback