Inquinamento delle grotte 2 – 11 gennaio 2010

Gli sviluppi sull’indagine relativa alle grotte inquinate del Carso triestino




DOPO L’INDAGINE SPELEOLOGICA


Grotte come discariche, si muove la Forestale


Dal “Plutone” alla “Occhiali”: dopo il rapporto alla Procura via all’inchiesta sulle responsabilità

di CORRADO BARBACINI e CLAUDIO ERNÈ

Oggi gli agenti della Forestale compiranno un sopralluogo in due cavità del Carso usate di recente come discariche. Non sono cadute nel vuoto le parole allarmate degli speleologi.
Sarà questo il primo passo di un monitoraggio del territorio che dovrebbe sfociare in un rapporto alla Procura della Repubblica. Da questa relazione i magistrati che si occupano di reati ambientali – i pm Maddalena Chergia e Massimo De Bortoli – avvieranno l’inchiesta penale per accertare le eventuali responsabilità.
E chiaro che l’inchiesta non si fermerà al livello di chi ha versato o ordinato di gettare negli abissi e nelle grotte rifiuti di ogni genere e provenienza. Saranno chiamati a rispondere anche i proprietari dei terreni, e gli enti pubblici che nonostante le tante segnalazioni e denunce degli speleologi hanno lasciato correre, tappandosi gli occhi e turandosi il naso.
Le grotte che saranno ispezionate nelle prossime ore sono facilmente accessibili anche a chi con la speleologia ha avuto poco a che fare. Ben più difficile infatti sarebbe compiere un sopralluogo a fini investigativi in abissi profondi come la grotta Plutone, il cui pozzo d’accesso è costituito da una verticale 120 metri che solo pochissimi esploratori ben allenati sono in grado di affrontare.
Ai gruppi speleo triestini il degrado e lo scempio avvenuti alle spalle della città è ben evidente da molto tempo. L’elenco della grotte usate come discariche si è rimpinguato negli anni ma questo archivio costituisce anche il punto più debole della prossima inchiesta. Dal giorno in cui sono stati buttati  in  profondità, pneumatici, carcasse di auto, batterie o versati liquami, nafta, oli esausti, è passato parecchio tempo e i reati rischiano oggi di essere prescritti: un colpo di spugna per i responsabili, una gigantesca beffa per l’ambiente.
Riportare in superficie immondizie solide, metalli e copertoni non è comunque impossibile. È solo costoso e faticoso. Al contrario rimuovere ciò che resta di idrocarburi, medicinali, rifiuti ospedalieri è molto, molto costoso e gli esiti non sempre vanno di pari passo con le aspettative. Difficile poi, se non impossibile anche tenere costantemente sotto controllo centinaia e centinaia di cavità, molte delle quali si aprono in terreni privati e recintati.
In sintesi, per consentire l’apertura di un’inchiesta della Procura, gli agenti della Forestale oltre a segnalare la grotta inquinata dovrebbero poter identificare i “tempi” in cui l’abisso è stato usato come discarica. Si ripete insomma per il Carso quanto è accaduto in tempi recenti per il terrapieno di Barcola. E la prescrizione rischia di produrre nuovamente i suoi deleteri effetti.
A questa fine ingloriosa può sfuggire l’inchiesta che coinvolge oggi cavità già bonificate .in date certe. Per esempio tra il 2007 e il 2008 gli speleologi hanno ripulito la grotta del cimitero militare di San Pelagio, che negli Anni Ottanta ha patito un consistente inquinamento. In quell’occasione furono ricuperati quattro metri cubi di materiali. Una quantità non dissimile di rifiuti è stata riportata in superficie nel 2008 dalla Grotta dei Colombi di Duino.
L’abisso Plutone è stato bonificato dal Gruppo speleologico San Giusto nel luglio del 2007. In sedici giorni di lavoro 182 esploratori avevano riportato in superficie 32 metri cubi di materiali, motociclette batterie, elettrodomestici, pneumatici, materassi, vasi di vernice, abiti. In mezzo a tutto ciò anche tre carcasse di automobili con i loro motori, i serbatoi e l’olio nella coppa. Nel 2005, nell’ambito della giornata nazionale di speleologia, l’intervento ripulitore coinvolse la Grotta degli Occhiali di Santa Croce.
Non è difficile ritenere che oggi gli agenti della Forestale ispezionino appunto un paio di queste cavità, non certo le più difficili. Appare fin d’ora evidente che senza la collaborazione fattiva degli speleologi e dei loro gruppi l’inchiesta rischia di arenarsi fin dalle prime battute.

Una Vespa in una grotta e a destra altri rifiuti trovati in un abisso: ora la Procura accerterà le responsabilità. (Liverani)



«L’inquinamento sotterraneo, un danno per le colture»

Insorgono gli agricoltori e i viticoltori: «Adesso devono intervenire gli enti locali»

Zidarich:«Chi vi ha scaricato rifiuti e altro ora deve pagare»

L’inquinamento di grotte e cavità carsiche è un tema complesso che va affrontato da specialisti e discusso pubblicamente. Regione ed enti locali devono farsi promotori di incontri in tutte le frazioni dell’altipiano.
È questo il pensiero di diversi rappresentanti della comunità carsolina. «La situazione in cui versano tante nostre grotte è grave», afferma Gianna Crismani, copresidente dell’Associazione per la difesa di Opicina: «E accanto c’è la questione dello smaltimento delle acque piovane che da tempo condiziona pesantemente i nostri residenti. Grotte sporche e acque difficili da smaltire dovrebbero essere di competenza dell’AcegasAps e quindi del Comune. Comunque sia, gli enti locali e le associazioni devono promuovere dei dibattiti pubblici su queste priorità, con l’obiettivo di rintracciare modi e tempi per risolvere l’inquinamento esistente».«Gli operatori agricoli c’entrano soprattutto perché l’inquinamento sotterraneo potrebbe causare dei problemi alle loro colture. Per il resto – interviene Edi Bukavec, segretario dell’Associazione agricoltori – è certo che i nostri produttori non hanno mai utilizzato abissi per gettarvi i propri rifiuti.
Siamo in prima fila per tutelare un ambiente che vogliamo pulito e salubre, e ci teniamo a far sapere che l’agricoltura triestina, pur non demonizzando la chimica, per dimensioni e operatività non ha mai usato a vanvera prodotti di sintesi. L’inquinamento delle grotte? Penso che la questione debba essere affrontata dalla Regione e, di seguito, da Provincia e Comuni. Molte grotte inquinate – continua Bukavec – sono di privati, ma credo che tali calamità siano state quasi sempre subite e non provocate, e che l’annosa questione troverà soluzione solo con l’impegno di tutti».«Alcuni  ipogei  dell’area di Basovizza sono già stati ripuliti – spiega Marco Arduini, presidente della Comunella della borgata – e in parte ce ne siamo occupati anche noi.
Bisogna dire che alcune grotte furono lordate anche da nostri compaesani nel dopoguerra, anche perché al tempo non c’erano discariche cui riferirsi. Ovviamente anche alcuni forestieri hanno approfittato della situazione per disfarsi di rifiuti. Ritengo necessario che gli enti locali e le associazioni del territorio organizzino delle riunioni con gli speleologi, per individuare strategie utili a ripulire il territorio. Tanti volontari sono riusciti a dare una mano, ma per lo smaltimento di materiali pericolosi come l’eternit -chiude Arduini – devi necessariamente avere il coordinamento del Comune e degli specialisti».
«È difficile rimettere a posto le cose quando molti non si rendono conto di come si comportano con la natura. Un paio di giorni fa – prosegue Guglielmo Husu, responsabile della Comunella di Banne – un furbetto ha voluto provare la trazione della sua jeep cercando di guadare l’antico stagno vicino alla scuola del paese. In un secondo ha ucciso rane, tritoni e altri ospiti di un impianto lacustre curato dalla nostra comunità e dallo stesso Civico museo di scienze naturali e ora stupidamente danneggiato. Per le grotte succede lo stesso – osserva Husu – visto che tante persone ignoranti le utilizzano per disfarsi dei propri rifiuti. Sull’episodio dello stagno abbiamo informato la Forestale, ma ci rendiamo conto che non è possibile pattugliare boschi e prati con continuità.Penso che chi ha sbagliato debba rispondere del suo operato.
Chi, come me, vive dei frutti della terra – afferma Benjamin Zidarich, viticoltore di Prepotto – esige il rispetto assoluto dell’ambiente. Le grotte del Carso sono un patrimonio naturale di alto valore e vengono frequentate dai turisti. Le nostre aziende agricole sono un altro punto di riferimento per i forestieri. E chiaro che danneggiare il patrimonio boschivo o ipogeo reca dei gravi danni anche alle nostre attività».

Maurizio Lozei


Uno speleologo In una grotta in cui si intravede iI fondo riempito da idrocarburi (foto Fabio Liverani)

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